Perdersi – I

Quando aprì gli occhi era sdraiata su un prato, un mare verde che frusciava leggero, sospinto dal vento. Li richiuse e inspirò profondamente, portando indietro la testa, quasi a voler prendere per se tutta l’aria che aveva intorno, riempirsene e poi farsela scoppiare dentro. Non avrebbe lasciato andare quel momento per nulla al mondo, avrebbe lottato se avessero provato a portarglielo via. Rimase dov’era quando un goccia le cadde sul viso, seguita da un’altra, poi un’altra ancora e quando poi divennero cento e poi mille. Quella pioggia purificatrice portava via con se tutti i pensieri, le angosce e lei la lasciò fare. Rivolse lo sguardo al cielo, era diventato plumbeo e pesante; attorno a lei le persone correvano divertite a cercare un riparo più o meno improvvisato e sentì le loro voci gioiose entrarle dentro, infilarsi nelle vene e nelle ossa, impadronendosi di lei. La sua mente era svuotata, i pensieri erano stati travolti dalla pioggia e trascinati via e mai un vuoto tale le era sembrato tanto perfetto.
Uno squillo fastidioso, impertinente, le giunse d’improvviso all’orecchio, distruggendo il momento magico che era riuscita a ritagliarsi. Per quanto tentasse di ignorarlo lui, imperterrito, intonava il suo motivetto e, noncurante, le penetrava la mente. Con uno scatto misto d’ira e fastidio allungò la mano per afferrare la borsa, vi frugò dentro senza troppa attenzione, lasciandosi guidare da quel suono fuori luogo e, una volta afferrato, portò il telefono all’orecchio. Non ci fu bisogno di saluti nè introduzioni, bastarono poche parole: ”non ce l’ha fatta” e fu questione di secondi perché tutto si facesse nero. Lei non disse nulla, eccetto “arrivo” e la telefonata si concluse così come era iniziata.

Il corridoio sembrava non finire mai. Le falcate erano sempre troppo corte, incapaci di raggiungere la meta. Correndo tentava di non inciampare nelle persone che placidamente camminavano lungo la corsia d’ospedale, chi nella sua stessa direzione, chi andandole incontro. Era talmente sconvolta da non accorgersi neppure di aver oltrepassato la stanza dove era diretta; diciassette, diciotto, diciannove. Quando realizzò si arrestò di colpo, cercando di riprendere a respirare regolarmente. Tornando sui suoi passi, il fiato rotto e le lacrime le impedivano di ragionare, ma non appena si trovò di fronte la porta tutto il peso della realtà le crollò addosso in un momento. Spinse in basso la maniglia e nulla le sembrò più difficile di quel gesto, chiuse gli occhi in modo quasi involontario e si fece avanti. Quando li riaprì le lacrime tornarono a sgorgare più impietose che mai e il grido che dal cuore le venne spontaneo non riuscì ad oltrepassare il confine delle sue labbra. Lui era immobile, sdraiato su un letto bianco, in una stanza bianca, col volto pallido e le labbra incolori; accanto a lui un medico attendeva pazientemente, con gli occhi bassi, aspettando il momento di portarlo via. Accasciata al lato del letto, la madre gli teneva stretta la mano, sopraffatta da un pianto di sperato e, tremante, gli carezzava con amore il viso. Sapeva in cuor suo che quel pianto l’avrebbe accompagnata per il resto della sua vita, seppure celato sotto febbrili sorrisi di convenienza e che l’immagine di quel figlio svuotato di vita l’avrebbe tormentata notte e giorno, eppure sarebbe rimasta lì in eterno pur di non lasciargli la mano e guardarlo andare via, consapevole di non poter più fare nulla per fermare il corso delle cose. Suo marito, sedutole accanto con la testa tra le mani, era immobile, scosso di tanto in tanto da un fremito o da un singhiozzo; alzava talvolta lo sguardo vitreo verso il ragazzo per poi abbassarlo nuovamente, stringendo la testa fra le dita con ancora maggiore veemenza. Oltre a loro, due ragazzi ai piedi del letto erano stretti in un abbraccio e tentavano di farsi forza a vicenda, restii a rivolgere gli occhi verso il corpo inanimato, tanta era la paura di quel momento irreversibile. Quando la videro entrare ruppero subito il loro abbraccio per includerla in uno più grande e lei vi si abbandonò, lasciandosi sorreggere vista la debolezza improvvisa delle gambe che, di fronte a tale spettacolo, avevano perso ogni vigore. Rimasero così per un tempo incalcolabile, attimi, minuti, forse ore, ma non sembrava mai abbastanza. Riacquistato l’equilibrio allontanò gli amici per andare a salutare la madre e il padre, due figure che apparivano tragicamente esili tanto era il dolore che in quel momento pesava sui loro corpi, sul loro cuore e lì sentì così fragili che avvertì dentro di se come un collassare della voragine che già da tempo la consumava. Quei due visi che conosceva a memoria le apparivano ora terribilmente trasformati, consumati, le rughe erano diventate solchi, gli occhi avevano perso ogni traccia del loro barlume, l’espressione tirata provocata dal dolore decorava i loro volti senza risparmiare alcun dettaglio e le loro schiene, che mille volte le avevano offerto un appoggio senza mai chieder conto di niente, si lasciavano adesso sorreggere da lei, spossate e ricurve. Tentava in ogni modo di rimandare il momento di trovarsi faccia a faccia con lui, illudendosi che sarebbe stato più facile affrontarlo se avesse avuto più tempo a disposizione, ma sapeva che quel momento era li, era quello e non c’era modo nè di protrarlo nè di rimandarlo. Fu così che tentò di respirare a fondo e si voltò verso il suo letto. Avrebbe voluto toccarlo, magari stringerlo a sè, ma in un primo momento tutti gli arti le si irretirono a tal punto da immobilizzarla lì dov’era, permettendole solamente di guardarlo. Poi qualcosa da dentro la smosse di colpo e, con uno slancio di cui lei stessa si sorprese, si chinò su di lui poggiando il proprio viso accanto al suo; chiuse gli occhi e immaginò che fossero sdraiati nella sua camera e che lui da un momento all’altro avrebbe aperto i suoi e le avrebbe accarezzato il viso, aspettando che anche lei si svegliasse, per poi poter fantasticare e fare progetti, progetti di vita e di viaggio, di fughe e di avventure o semplicemente per parlare di cosa l’aveva spinta lì, in quel pomeriggio afoso o in quella mattina nevosa e inospitale e sfogarsi della pesantezza della vita quotidiana, della routine. Mille immagini come quelle le scorrevano davanti agli occhi mentre gli stringeva il petto, immobile, con il braccio e pensava che sarebbe rimasta così per il resto dei suoi giorni, se avesse potuto. Avvertì che era il momento di dirgli per sempre addio quando alzò lo sguardo sul dottore, il quale le disse con gli occhi che sapeva quanto era difficile, ed effettivamente i suoi occhi non mentivano, ma che doveva farsi coraggio e lasciarlo andare, che c’erano certi orari da rispettare, che era la prassi e non poteva far altrimenti. Lei si arrese a quella volontà che non le apparteneva e si allontanò dal letto, con passi pesanti quanto pietre e il cuore stritolato in una morsa, lasciando che il dottore gli coprisse il volto con un lenzuolo bianco e lentamente sospingesse il letto fuori dalla stanza, lungo i corridoi, dove la gente si voltava con lo sguardo curioso e tristemente consapevole, cercando di non farsi notare, fino ad una porta che la piccola processione di amici e familiari non aveva il permesso di oltrepassare; lì il dottore si voltò, fece un cenno con il capo verso di loro come a dire che il momento era arrivato e, senza fermarsi, varcò la soglia scomparendo piano piano. Nel corridoio il pianto disperato della madre ruppe il silenzio febbrile che li circondava, raggiungendo anche la sala grande dell’ospedale dove, per un secondo, tutti i presenti smisero di parlare e alzarono lo sguardo, curiosi ma tristemente consapevoli.

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